Gli affreschi della “canonica” di Sant’Agnese FLM e una notazione sui mosaici del mausoleo di Costantina.

Il 12 aprile 1855 è la data cardine per il complesso monumentale di Sant’Agnese fuori le mura.
Data degli eventi che ce lo hanno consegnato nelle forme attuali.

Il 12 aprile 1855 Papa Pio IX, Giovanni Battista Mastai-Ferretti, rientrato nel 1850 a Roma dall’esilio a Gaeta, era di ritorno da una visita pastorale ai sepolcreti cristiani della via Nomentana.
Dopo aver sostato presso la basilica e le catacombe di Sant’Alessandro, al VII miglio, la visita si concluse presso il complesso monumentale di Sant’Agnese.
Il Papa rimase per il pranzo con i Canonici Regolari Lateranensi, che amministravano il sito, e 76 seminaristi di Propaganda Fide ai quali diede udienza terminato il pasto.
Le forme del monastero erano assai differenti rispetto a quelle attuali.
La sala da pranzo, collocata sul lato destro del cortile d’ingresso su via Nomentana, era al primo piano. Il pian terreno era adibito a stalla e cantina e lo stato di conservazione di tutto l’edificio era descritto come assai precario.
Durante l’udienza il pavimento della sala cedette e tutti caddero nel vano sottostante rimanendo sostanzialmente illesi.
Venne immediatamente celebrata una messa di ringraziamento dal Papa, invocando e ringraziando la Madonna Immacolata e Sant’Agnese per la protezione.
Immediatamente Pio IX diede avvio ai lavori di restauro e recupero dell’antico complesso monastico, si dice finanziato con una parte, 9.000 scudi, dei centomila fiorini avuti in dono dall’imperatore d’Austria, Francesco Giuseppe.
Lavori di restauro che interessarono la Basilica Onoriana di Sant’Agnese, l’antico convento e che finirono col comprendere anche il rifacimento sul lato esterno di Porta Pia, commettendo in questo caso l’errore di affiancare alla statua di Sant’Agnese quella di Sant’Alessandro I Papa, scelta errata in quanto il cimitero è dedicato ad un Alessandro martire, non al papa, qui seppellitto con i compagni di fede Evanzio e Teodulo.
Le due statue sono datate 1864 e firmate da E.Amadori sul basamento. S’inseriscono nel completamento del lato esterno incompiuto, realizzato da Virginio Vespignani e terminato nel 1868 con l’aggiunta sul coronamento del lato interno dello stemma di Pio XI, sovrapposto, non a caso, a quello di Pio VI
Tutto l’insieme venne pesantemente danneggiato a pochissimi anni dal completamento dall’artiglieria dei bersaglieri del Regno d’Italia durante i fatti del 20 settembre 1870.
Entrambe le statue rimasero acefale (sono ancora oggi evidenti i segni sul marmo) e vennero restaurate solo nel 1932, quando venne anche aggiunto nel piazzale antistante il monumento ai besrsaglieri di Publio Morbiducci.

Il 28 novembre 1855 l’architetto papale, Andrea Busiri-Vici presentò il progetto che, non del tutto completato, venne inaugurato da Pio IX il 12 aprile 1856.

Il complesso degli edifici conventuali si presentava in pessimo stato di conservazione e vennero salvati solo alcuni dei muri in buono stato del monastero, di XIII secolo, fondamentalmente parte del lato parallelo alla Nomentana mentre l’ala di destra, entrando, del convento, dove di fatto avvenne il crollo, edificata dal Cardinale Giuliano della Rovere nell’ultimo quarto del XV secolo, fu maggiormente modificata.
Il quarto braccio del cortile, il lato sinistro, rimase di fatto incompiuto.
Un progetto del 1890, dell’architetto Carlo Busiri-Vici, venne approvato ma mai realizzato.

Come si è detto lo stato di conservazione del convento al 1855 era pessimo.
Già in gran parte adibito a fienile, cantina e botteghe già nel secolo XVII era abitato dai Canonici solo in parte.
Ai tempi della prima Repubblica Romana, 1798, venne espropriato ed occupato da tale Vincenzo Selvaggiani, speziale.

Tra le principali modifiche apportate da Busiri-Vici nel 1855 ci fu l’erezione di una cappella nel luogo del crollo del refettorio del convento, già nell’ala edificata da Giuliano della Rovere.
Lo spazio, che occupa i due piani di alzato dell’edificio, venne decorato sulla parete dell’altare da un grande affresco di Domenico Tojetti che, con spirito didascalico vi inserì i ritratti e, sullo zoccolo, i nomi di tutti quelli che presenti, uscirono illesi dalle macerie, 102 in tutto. Opera completata nel 1857.

Tojetti, nato a Rocca di Papa nel 1807, partecipò a molti dei cantieri romani di pieno Ottocento.
Lavorò per i principi Torlonia alla decorazione di alcuni ambienti del Teatro e del Casino nella villa sulla Nomentana. Qui conobbe Costantino Brumidi.
Brumidi raggiunse gli Stati Uniti nel 1852 e Tojetti lo raggiunse nel 1867 soggiornando anche in Messico e Guatemala.
Mori a San Francisco nel 1892.

Domenico Tojetti – “Il progresso dell’America”

Nell’area dei Castelli Romani sono presenti sue opere nelle chiese di San Gregorio Magno a Monte Porzio Catone (in sagrestia, la tela col “Salvator Mundi“) , nella Cattedrale di Velletri, nella Cattedrale di Frascati e presso la chiesa di S.Maria in Vivario e nella parrocchiale dell’Assunta a Rocca di Papa (una tela con una copia del “San Michele” di Guido Reni e l’affresco con “San Carlo Borromeo che comunica gli appestati”).
La cappella venne solennemente inaugurata da Pio IX il 12 aprile del 1858.
Chiusa da una parete a vetri ed inquadrata in un portale di marmo e decorazioni in terracotta nel timpano che simbolicamente ricordano l’episodio e la missione evangelica del Collegio di Propaganda Fide.

Tra le poche decorazioni giuliane presenti venne salvato solo il grande camino e i due portali di accesso a ridosso del Torrione medioevale, quest’ultima di XII secolo, posta a guardia di uno degli ingressi della Basilica Onoriana, e rimasta sostanzialmente intatta anche dopo i lavori voluti dall’abate Gigliucci nel 1702 che snaturarono profondamente l’ala rinascimentale del complesso monastico.
Recentemente, a seguito del terremoto dell’Aquila del 2009, vennero fatte alcune indagini in una sala posta tra il torrione e quest’ala del convento, adibita a sala conferenze.
Il soffitto a cassettoni dei restauri di Pio IX risultava essere stato decoeso dal sisma e si è proceduto con la rimozione delle travature di legno.
Ne è emersa un’ampia intercapedine, con soffitto a spioventi, dove vennero riportati alla luce una serie di affreschi appartenenti a due fasi pittoriche differenti e non ancora completamente indagati.
Al centro la parte alta di una Crocifissione databile, per esame stilistico, al XII secolo, circondata da un ciclo più ampio che continuava sulle altre pareti della sala, databile al XIII secolo con influenze giottesche e cavalliniane.
Sulla destra e sinistra della Crocifissione più antica sono presenti due riquadri con l’Ultima Cena a sinistra ed un riquadro assai più rovinato a destra, probabilimente la Lavanda dei piedi, del quale rimane la parte più in alto con l’architettura dipinta, che la identifica come una scena d’interno e le teste di Cristo e degli Apostoli.
Superiormente sono presenti due figure di profeti, Isaia e Davide.
La decorazione proseguiva anche sulle pareti lunghe della sala. Nulla rimane sul lato sinistro, mentre sul destro è presente un frammento troppo esiguo per tentare un’idetificazione certa.

Il lato del Convento parallelo a via Nomentana, probabilmente in uno stato di conservazione migliore venne maggiormente salvaguardato e mantenuto da Busiri-Vici.
Venne maggiormente monumentalizzato il vano d’accesso, già esistente nel XVII secolo, e reso carrabile con volta a botte.
Nel lato strada vennero recuperate due colonne in granito,di spoglio e aggiunta una lunetta in cui Pio IX viene presentato da Sant’Agnese alla Madonna.

All’interno venne riprogettata la scala d’accesso che assunse forme monumentali, così come vennero ridisegnati l’ingresso sottostante e i locali di servizio posti al primo piano dell’edificio.
Percorso lo scalone, che ospita una serie di busti commemorativi dei vari potefici che vennero in vista al complesso, è presente una piccola pinacoteca che raccoglie opere eterogenee provenienti da altri ambienti andati persi nel corso dei vari restauri.
Spicca una Flagellazione di Cristo identificabile con quella realizzata da Giuseppe Cesari, il Cavalier d’Arpino, e collocata in una cappelletta realizzata per Giuliano de’Medici già “camerino sopra la chiesa”.
Descritta come “tutta dipinta” ad uso privato della comunità monastica, era probabilmente una camera del primo piano contigua alla Basilica onoriana. Descritta dal Massari nel 1776 (in Memorie della gloriosa vergine e martire S.Agnese) “La cappelletta interna al monastero è veramente rara e preziosa. Fu fatta a spese di molti cardinali, i quali successivamente furono soliti andare ad alloggiare in questo monastero per devozione della Santa e per loro divertimento; ma in particolare vi hanno molto contribuito i cardinali di casa Medici. In questa cappellina si ammira un quadro dipinto dal Cavaliere d’Arpino rappresentante la Flagellazione alla colonna

La tela, posta attualmente su una parete dello scalone monumentale di Busiri-Vici, non era stata finora accostata alla descrizione di Massari.
Per quel che riguarda il carnefice di sinistra e l’impianto generale è ovvio il richiamo del soggetto omologo, l’olio su muro di Sebastiano del Piombo per la Cappella Borgherini di San Pietro in Montorio (1516-1524). Opera che ebbe una gran risonanza e più volte replicata, anche in tempi molto vicini all’esecuzione, sia dallo stesso autore, la tavola della Pinacoteca Civica di Viterbo (1525), che da anonimi contemporani come l’affresco, recentemente restaurato, nella chiesa di San Biagio a Sacrofano.

Lo scalone permette l’acceso al primo piano dove è conservata la parte più interessante del monastero di XIII secolo.
Busiri-Vici mantenendo le murature ha permesso la conservazione del piccolo ciclo di affreschi presenti sulla parete.

Già descritti nel 1685 e nel 1779.
Nell’edizione parigina del 1823 del testo “Histoire de l’art par les monuments depuis sa decadence au IV siecle jusqu’à son renouvellement au XVI siecle” L.G.Seroux D’Agincourt pubblicò un’incisione di quello che rimaneva degli affreschi come li aveva visti nel 1779.
Dei quattro registri solo il primo e l’ultimo sono oggi ancora presenti sulla parete, lato interno, dell’ala del convento lungo la Nomentana (esattamente di fronte allo scalone d’accesso).
Il secondo e terzo registro sono attualmente persi.
Nel secondo sono riportati una figura femminile, la Vergine?, San Michele a figura intera e il supposto ritratto della Badessa Costanza, una delle benedettine che custodirono la tomba di Sant’Agnese fino al 1480, alla quale verrebbe attribuita la commissione per questi dipinti.
Nel terzo “L’albero della Croce” (omologo a quello raffigurato a mosaico nel catino absidale della basilica di San Clemente a Roma) e una già danneggiata Madonna col Bambino ed angeli.

Il piccolo ciclo pittorico mostra però alcune particolarità da sottolineare.
Realizzato sicuramente da mani differenti e in epoche differenti, ha nella sua collocazione il principale quesito.
Originariamente quello spazio era occupato da una cappella ad uso delle monache benedettine?
Oppure era un luogo aperto alla venerazione pubblica?
L’aspetto è quello degli ex-voto pittorici molto diffusi in tutto il centro Italia e la disomogeneità stilistica e il carattere popolaresco porterebbe a pensare a una serie di committenze private e non ad un lavoro unitario per un unico committente.
Si potrebbe presupporre che questa primitiva cappella venne in un primo tempo affiancata da quella privata, la “cappellina” ricordata dal Massari, poi entrambe sostituite dall’attuale cappella interna, risalente al restauro di Busiri-Vici e posta in un ambiente dello stesso corridoio, accanto allo scalone e esattamente difronte alla parete affrescata.
Un’ ipotesi suggestiva sulla collocazione dei due registri mancanti, ma ricordati nella stampa e nella visita del 1779, è quella di porli nel muro dirimpetto a quelli ancora visibili, porzione di parete sacrificata da Busiri-Vici per istallarvi lo scalone monumentale dell’attuale canonica.

Sulla parete si riscontra anche la presenza di due finestrelle, tamponate, tra gli intonaci dipinti, aperte e chiaramente segnalate nella descrizione del 1779.
Gli affreschi rimasti sono riconducibili a tre differenti fasi pittoriche.
La prima, chiaramente trecentesca e qualitativamente migliore si compone di quattro riquadri, riconducibili alla stessa anonima mano, probabilmente non romana e con un carattere stilistico più marcatamente goticheggiante.
Da sinistra a destra, nel primo riquadro sono raffigurati i SS. Cosma e Damiano; nel secondo quattro santi identificabili come Sant’Agnese, Santa Caterina d’Alessandria, San Giovanni Evangelista e San Giovanni Battista; nel terzo L’Adorazione dei Magi e nell’ultimo la figura isolata di San Leonardo.

Separati da una finestra aperta nel restauro ottocentesco gli altri due riquadri raffigurano l’Annunciazione e una Madonna in trono con Sant’Ansano. I due riquadri sono separati da una finestrella tamponata sormontata da un piccolo Crocifisso.

L’annunciazione, secondo i rilievi effettuati nel 1779 era datata nella porzione di intonaco sottostante il dipinto al 1454, data attualmente non più leggibile.
Restaurata mostra caratteri stilistici che collocherebbero l’anonimo autore al Piceno nelle Marche e zone confinanti(area di Visso, Amatrice e Nocera Umbra)
Ascrivibile ad un area romano-laziale il riquadro con la Madonna in trono e Sant’Ansano, separati da una finestrella tamponata.

Due di queste raffigurazioni offrono comunque spunti di carattere iconografico validi da essere approfonditi.

Sul testo di A.Pietro Frutaz “Il complesso monumentale di Sant’Agnese” (1969 ed ancora oggi opera centrale per gli studi sul monumento) i quattro santi nel riquadro sono identificati come “Sant’Agnese, Sant’Emerenziana, San Giovanni Evangelista e San Giovanni Battista”.
Se non v’è alcun dubbio sull’identificazione della prima figura con Agnese, coronata e con l’agnello in grembo (Agnese=Agnus ricalcato anche dalla tipologia del martirio non essendo morta per decapitazione ma tramite dissanguamento da un colpo di spada alla gola), e sulle due figure maschili anche per via dei nomi scritti immediatamente sopra le teste e chiaramente leggibili, il dubbio rimane sulla seconda figura femminile dell’insieme.

Francamente chi scrive propende per l’identificazione con Santa Caterina d’Alessandria.
Anche se è assente la ruota dentata, la figura ha in mano un libro e la palma del martirio, oltre ad essere coronata, attributi iconografici di S.Caterina; mentre sono del tutto assenti gli attributi iconografici di Sant’Emerenziana solitamente raffigurata con le pietre della lapidazione.
L’anonimo autore quindi non avrebbe affiancato le figure delle due sorelle.
Va anche detto che raffigurazioni autonome di Sant’Emerenziana sono particolarmente rare essendo un culto ed una passio strettamente legate a quella di Sant’Agnese.
Le informazioni su Emerenziana le ricaviamo dalla passio di Agnese di V secolo. Le si dice sorelle ed Emerenziana sarebbe stata martirizzata per lapidazione nel 304 quando venne trovata a pregare sulla tomba della sorella.
Nonostante sia un culto attestato sin dal VIII secolo e le spoglie di Emerenziana siano state collocate insieme a quelle di Agnese nel cimitero sotto alla basilica Onoriana già nel IX secolo si riscontra una totale assenza di raffigurazioni di Emerenziana nel contesto di cicli pittorici o di dedicazioni di culto.
Un rinnovato interesse per la martire fu successivo al 1615 quando Paolo V Borghese ordinò una ricognizione delle reliquie e commissionò il rifacimento del presbiterio della Basilica Onoriana consegnandocelo nello stato attuale (lavori conclusi nel 1621 che hanno comportato l’attuale mensa dell’altare maggiore, il baldacchino sovrastante, i lavori di rifacimento del pavimento, in marmo e con i simboli araldici di casa Borghese e la commissione della statua di Sant’Agnese a Nicolas Cordier)
Successivamente a quest’evento venne dedicato uno dei quattro altari a Sant’Emerenziana nella chiesa di Sant’Agnese in Agone, con la pala marmorea di Ercole Ferrata, realizzata a partire dal 1660.
Di poco precedente è un dipinto di Guercino, del 1654, della Collezione Colonna
Altre raffigurazioni autonome di Emerenziana rispetto ad Agnese però non sono state rintracciate.
Per avere una chiesa a lei dedicata a Roma si è dovuto aspettare il 1942 con la parrocchiale sorta nel nuovo quartiere, detto “africano”.
Nel saggio del 1969 il Frutaz cita solamente due precedenti iconografici per Sant’Emerenziana: la “Coppa d’oro” con la “Passio S.Agnetis”, opera di oreficeria decorata a smalti di incerta datazione (probabilmente ultimo quarto del 1300) attualmente al Brithish Museum a Londra, dove a conclusione della storia di Agnese è posto il martirio di Emerenziana e la statua della santa che è posta sull’altare di una sperduta cappella a lei dedicata in località La Pouëze presso Anjou, dipartimento Maine e Loira.
La struttura della cappella di Sainte Emerance è datata al 1472. La statua, posta sull’altare maggiore, appare difficilmente databile (Frutaz nel saggio la data al XV secolo) e frutto di maestranze locali cosi come le altre presenti nell’edificio.

La scarsa diffusione di raffigurazioni di Sant’Emerenziana è in qualche modo sottolineata dal soffitto a cassettoni che il Cardinale Paolo Emilio Sfondrati fece fare nel 1606 per la basilica Onoriana (restaurato e dorato nuovamente con i lavori di restauro di Pio IX e attualmente in attesa di un auspicabile restauro per fermare l’azione dei tarli sul legno, gravemente compromesso)
Nei riquadri principali campeggiano tre statue.
Nel primo più vicino alla facciata, Costantina, la figlia di Costantino e correttamente raffigurata come tale, priva di aureola e di altri attributi santificanti, quindi non rappresentata come “Santa Costanza”. Al centro Sant’Agnese con l’agnello e nel terzo sopra al presbiterio Santa Cecilia con l’organo.
Anche in quest’occasione Sant’Emerenziana venne omessa, sostituita da Santa Cecilia, scelta non ancora chiara non essendo legata in alcun modo alla santa titolare della Basilica e non essendoci sue reliquie o attestazioni di culto nel cimitero sulla Nomentana (il “cubicolo di Santa Cecilia” che ne ha ospitato le reliquie prima della traslazione nell’omonima basilica trasteverina è presso il cimitero di San Callisto sull’Appia)

Sia sul soffitto della basilica che nell’affresco del convento Emerenziana venne sostituita da Cecilia e Caterina, martiri con un culto e una vicenda iconografica molto più ampia e diffusa, in contesti in cui sarebbe apparsa logica la sua presenza.

La seconda figura che s’intende analizzare è quella del Sant’Ansano.
Se non v’è dubbio sull’identità del santo raffigurato la particolarità è l’attributo iconografico col quale è rappresentato.
Lo vediamo vestito da cavaliere, con la palma del martirio in una mano e nell’altra la trachea e tutto un insieme di organi interni.

Sant’Ansano, uno dei patroni di Siena, martirizzato a Dofana, presso Monteaperti, nel 303, nelle sue raffigurazioni ufficiali ed istituzionali non ha mai l’attributo degli organi interni.
Simone Martini e Duccio nelle rispettive Maestà lo rappresentano come cavaliere e nella passio viene ricordato come fu martirizzato per decapitazione. Nulla dei testi a lui dedicati rimanda a supplizi riguardanti organi interni umani.

In questo caso si è difronte ad una corruzione popolare della figura del santo.
Lontano da Siena e dalla sua versione “ufficiale”, Sant’Ansano è diventato un santo taumaturgo ed invocato dal popolo per le malattie interne, in senso generale in quanto raffigurato sempre con la trachea in mano, attaccati alla quale però possono variamente trovarsi polmoni, fegato e cuore.
Altra modifica sostanziale è l’assenza del gonfalone senese, la Balzana bianco e nera, sostituita con uno stemma crociato, creando non poca confusione con le derivazioni locali dei santi cavalieri, come il San Lanno di Vasanello e il San Flaviano di Montefiascone.

Ignoto è il periodo e il luogo in cui questa modificazione per volontà popolare avvenne.
Resta il fatto che nell’area tra la bassa Toscana, l’Umbria e l’alto Lazio, Sant’Ansano taumaturgo sia una figura assai frequente negli ex-voto pittorici sulle pareti di chiese e cappelle.
Raffigurazioni però che vanno via via scemando avvicinandosi a Roma, per essere del tutto assenti scendendo a sud.
Questa di Sant’Agnese è finora l’edizione più “meridionale” trovata di un culto e di un santo particolarmente radicato nel centro Italia.
Una seconda è a Tivoli nell’abside della chiesa di San Silvestro, stilisticamente molto vicina a questa romana, facente parte di una serie di tre intonaci inseriti successivamente sopra la precedente parete affrescata, nella parte più bassa dell’abside della chiesa tiburtina.
Probabilmente tre ex-voto, oltre ad Ansano sono raffigurati San Giovanni Evangelista e Sant’Anna “metterza”.
Per trovare altre raffigurazioni del martire senese si deve salire ed arrivare nell’area dell’alto viterbese sotto l’influenza di Orvieto, come nell’interessante ciclo di affeschi presso la chiesetta di San Bernardino a Sipicciano (frazione di Graffignano)
Qui Ansano è inserito in un contesto di una committenza francescana, quasi una costante, su due intonaci dipinti, presenti sui due lati della chiesa, con figure a gruppi di quattro.
La mano è anonima ma la qualità è particolarmente alta e si rimanda a certi tratti stilistici di Benozzo Gozzoli.

Sant’Ansano – anonimo, ambito Benozzo Gozzoli – San Bernardino a Sipicciano (Viterbo)

Altre immagini sono state reperite a Tuscania, chiesa di San Francesco, Cappella Sparapane, nelle chiese di San Francesco e Sant’Agostino a Narni e nella chiesa di Sant’Alo’ a Terni.


Una nota a margine sui mosaici del Mausoleo di Costantina, “Santa Costanza”.
Edificato a margine della Basilica Costantiniana circiforme di Sant’Agnese, sul fianco sinistro, in un rapporto spaziale differente rispetto all’omologo mausoleo di Sant’Elena affiancato frontalmente alla basilica costantiniana dei SS.Pietro e Marcellino sulla Labicana, ospitò le spoglie della figlia di Costantino dal 360.
Rapidamente fu trasformata in una figura di santa, pare guarita miracolosamente dalla lebbra da Sant’Agnese.
La decorazione musiva e marmorea era già in pessimo stato quando nel 1620 il cardinale Pietro Veralli fece cancellare ciò che rimaneva dei mosaici della cupola per sostiturili con un affresco di autore ignoto, ma recentemente indicato come Marco Tullio Montagna, autore anche di altri affreschi presenti sia nel Mausoleo, in massima parte rimossi e perduti nel 1936, e nel corridoio d’accesso alla Basilica, ancora presenti.
I mosaici dell’ambulacro, anche questi in pessimo stato, vennero del tutto risarciti dalle lacune per ordine di Gregorio XVI tra il 1834 e il 1840.
Da alcune stampe di fine XVII secolo, pubblicate dal Matthiae, si deduce l’ampiezza dei lavori di ricostruzione dei mosaici dell’ambulacro, molti dei quali risulterebbero essere stati del tutto ricostruiti anche in forma arbitraria per quel che riguarda le raffigurazioni.
Tali ricostruzioni sono particolarmente evidenti, non solo confrontando lo stato attuale con le stampe di fine ‘600, ma anche con un’analisi delle tramature dell’andamento delle tessere musive.
Si pubblicano, tratte da “I mosaici di Santa Costanza” (A.A.Amadio, Roma 1986) le stampe già pubblicate dal Matthiae degli scomparti VI e XII dell’ambulacro.
Relativamente allo scomparto XII si propongono alcuni scatti dell’autore dove è possibile confrontare la tramatura della parte originale del mosaico con quella del restauro di Gregorio XVI
Relativamente allo scomparto VI

Relativamente allo scomparto VI si propne il raffronto tra la tramatura degli elementi vegetali, un ramo di pino con delle pigne, dell’originale e del rifacimento.


Riquadro VI – a sinistra porzione relativa al rifacimento del 1840, a destra porzione di IV secolo

A conclusione una curiosità. Nel 1975, Dario Argento, scelse il Mausoleo di Costantina come ambientazione della sequenza iniziale di “Profondo Rosso” dove David Hammings si trovò a dirigiere gli allievi di Giorgio Gaslini, autore di parte della colonna sonora della pellicola, durante una lezione di jazz.

Valerio d’Angelo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Crea il tuo sito web con WordPress.com
Crea il tuo sito
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo:
search previous next tag category expand menu location phone mail time cart zoom edit close