Antoniazzo Romano nella sagrestia di Santa Maria della Consolazione


Il legato testamentario di Giordanello degli Alberini, al figlio Giacomo, del 23 giugno 1385, diede l’inizio alla vicenda storica di quello che poi diventerà l’Arciospedale di Santa Maria della Consolazione, gestito dall’omonima Arciconfraternita fra il 1506, anno della fondazione, o meglio della rifondazione, e il 1850 anno in cui perse la sua autonomia e venne assorbito dal Pio Ospedale S.Spirito ed Ospedali riuniti di Roma.

Il 25 dicembre del 1506 venne tenuta la prima seduta comune del neonato Arciospedale della Carità, nato dalla fusione di tre differenti enti caritatevoli romani: l’Ospedale di Santa Maria della Carità, l’Ospedale di Santa Maria delle Grazie e l’Ospedale di Santa Maria del Portico.
Tre enti differenti, tre confraternite e tre dipinti raffiguranti la Madonna custoditi nelle tre chiese gestite dai confratelli.

La più antica per fondazione fu la confraternita e l’ospedale di Santa Maria delle Grazie.
La tavola a fondo d’oro con una Madonna “avvocata” (derivante dalla deesis bizantina, in quanto tramite ed avvocato delle suppliche del fedele, sottolineate dal gesto e dalla posizione di tre quarti, oltre che dall’assenza del Bambino) vuole la tradizione venne donata nel 657 dall’imperatore Costante a papa Vitaliano.
Custodita per lungo tempo al Laterano, divenne meta di pellegrinaggi ed offerte per le numerose grazie concesse, da qui il nome.
Trasferita in una chiesa appositamente dedicatale, documentata in zona Celio, nel 1045 venne affiancata da una struttura ospedaliera e da una confraternita assistenziale.
Nel 1084 l’edificio venne completamente distrutto da un incendio, dal quale l’immagine uscì illesa.

Ricoverata nuovamente al Laterano fino al 1088 quando, per volontà di papa Urbano II, trovò collocazione in una nuova chiesa, Santa Maria delle Grazie, con un nuovo ospedale, nella zona tra il Foro Romano e il Campo Boario, nei pressi della presitente Santa Maria in Cannapara.

Un primo punto da sottolineare è la diversificazione delle due strutture.
Santa Maria in Cannapara, le cui prime notizie certe si datano al 1192 e le ultime al 1609, era collocata, secondo Lanciani, tra gli intercolumni del lato di destra della Basilica Julia al Foro Romano.
Le origini sarebbero più antiche, IX secolo, e il toponimo deriverebbe dalla gestione da parte dei canapari o dei cordari.
Il luogo viene descritto come “basso ed umidissimo”.
Dopo il 1609 se ne perdono le tracce.
Dell’edificio sono stati recuperati alcuni frammenti decorativi altomedioevali nel corso degli scavi archeologi alla fine degli anni ’20 del novecento che hanno interessato tutta la zona.

La chiesa delle Grazie, costruita ex novo nel 1088, fuori dagli spazi della Basilica Julia, venne dotata di una corsia ospedaliera, ingrandita e ristrutturata sotto Callisto III nel 1455.
Corsia ospedaliera che confinava con i Granai Mattei.
Vale la pena di ricordare come anche alcuni toponimi rimasti in zona, via dei Fienili, via dei Foraggi, rimandino alla vocazione commerciale ed agricola di questa porzione della città antica.





Appare evidente come le due chiese, Santa Maria delle Grazie e Santa Maria in Cannapara, siano due edifici differenti e non lo stesso, come sostenuto da alcuni archeologi, pur prospicenti uno all’altro.


Nel 1876 la chiesa delle Grazie, oramai configurata come Cappella di Corsia, nel corso delle ristrutturazioni dell’edificio ospedaliero, venne obliterata.
L’ingresso sul piano strada, prospicente ai Fori, venne chiuso e demolita la scalinata d’accesso.
L’altare e l’immagine miracolosa, con alcuni arredi, vennero trasferiti nella vicina, retrostante, Santa Maria della Consolazione.

La tavola orginale venne rubata in data non ancora precisata (si parla di 1960, come di “anni ’60”) e mai ritrovata.
Assai interessanti le due tavole che trovano attualmente posto sulle pareti laterali della cappella.
“San Luca che ritrae l’immagine della Madonna” e “San Pietro che risana lo storpio”, opere cinquecentesche di grande suggestione probabilmente provenienti dalla primitiva decorazione della Chiesa delle Grazie.


La Confraternita di Santa Maria del Portico affonda le proprie orgini nell’attività caritatevole della matrona romana cristiana Galla.

Presso i Porticus Gallatorum della sua abitazione, vuole la leggenda, ella offirsse riparo e alimenti ai bisognosi.
Un’immagine della Madonna era apposta a protezione degli indigenti.
Dopo la morte di Galla, Gregorio Magno, fondò la primitiva chiesa della Madonna del Portico elevandola a diaconia cardinalizia.
Gregorio VII, nel 1073, fece annettere alla chiesa il primitivo ospedale, ospedale che divenne nosocomio, specializzato nelle cure ai pazienti più anziani.

Sotto Alessandro VII, nel 1662, l’immagine della Madonna del Portico, un lavoro a niello e metalli intarsiati, venne trasferita nella più grande chiesa attigua di Santa Maria in Campitelli, che ne rilevò il titolo cardinalizio ed assunse entrambe le titolazioni.

La vecchia chiesa, ridedicata a Santa Galla, venne affiancata da una nuova struttura ospedialiera, opera di Matteo De Rossi e finanziata da Livio Odescalchi.

Tutto il complesso venne raso al suolo tra il 1928 e il 1930 per l’apertura del primo tratto della Via del Mare, attualmente Via del Teatro di Marcello/Via Petroselli.

La memoria di Santa Galla passò alla nuova chiesa, consacrata nel 1940, alla Circonvallazione Ostiense, che conserva attualmente parte dell’arredo antico della chiesa riedificata da De Rossi.

Le origini della chiesa della Consolazione, e relativo ospedale, partono dal lascito testamentario del 1385 di cui si fa cenno ad inizio articolo.

Giordanello degli Alberini, condannato a morte, incaricò il figlio di far eseguire un immagine della Madonna “ante furcas” posta di fronte alla rupe Tarpea, dove avvenivano le impiccagioni, in modo che offirsse l’ultimo conforto ai condannati.

Il tabernacolo venne posto su una costa di muro sui Granai Mattei, prospicente all’Ospedale delle Grazie

Il 26 giugno 1470 avvenne il miracolo di un uomo che, condannato ingiustamente, rimase illeso dall’impiccagione.
La madre, durante l’esecuzione, era in preghiera presso il tabernacolo e, vuole la leggenda, sentì una voce femminile che la rincuorò con la frase “Va da tuo figlio che sei consolata”.
Forte fu la devozione popolare all’immagine, ribattezzata Madonna della Consolazione, che si decise di costruirle intorno una struttura chiusa in modo da proteggerla e creare un luogo più degno.

La primitiva cappella venne consacrata il 3 novembre 1470.
Dato il breve lasso di tempo si suppone possa essere stata una stuttura effimera di dimensioni assai ridotte, atta a proteggere l’immagine dalle intemperie.

A questo punto della vicenda è testimoniata l’opera di Antoniazzo Romano, Antonio di Benedetto degli Aquili, massimo pittore operante a Roma all’epoca.
Antoniazzo, con tutta probabilità, si limitò però a ridipingere completamente l’opera nelle forme con le quali è arrivata ai giorni odierni.

Per gestire le numerose offerte nel 1473 si costituì la Confraternita della Consolazione.
L’Ospedale della Consolazione venne probabilmente istituito nel medesimo momento e, data la convivenza in un’unica struttura con quello delle Grazie, le due confraternite presero a collaborare reciprocramente all’assistenza dei pellegrini e dei romani.

Sotto Sisto IV, Baccio Pontelli edificò la prima chiesa di Santa Maria della Consolazione in forme basilicali.
Nel 1543 venne allocata la prima cappella di sinistra a Sigismondo Dondoli, medico pistoiese che operava presso l’ospedale.
Nel 1550 Giacomo Mattei prese il patronato della prima cappella a destra, probabilmente in forma di risarcimento seguito all’abbattimento dei Granai Mattei.
Anche la seconda cappella a destra, allocata ad Andrea Pelucchi, risale alla pimitiva sistemazione del Pontelli.

Nel 1583, su spinta del cardinale Alessandro Riario, venne decisa in seduta plenaria delle tre confraternite, la riedificazione completa della chiesa della Consolazione.
Il primo progetto venne affidato a Giacomo della Porta, già molto anziano, al quale venne affiancato e poi sostituito da Martino Longhi il Vecchio che lavorò alla struttura tra il 1585 e il 1600.

Sempre nel 1585, l’unione delle tre confraternite, venne elevata al rango di Arciconfraternita della Consolazione, sui cui documenti comparivano congiuntamente le tre immagini mariane relative e il nuovo stemma composto da tre croci argentate in campo rosso.

Se l’ospedale della Madonna del Portico era specializzato come nosocomio, il popolare “Santa Galla”, quello della Consolazione, co-gestito dalle confraternite delle Grazie e della Consolazione, era specializzato in ferite da trauma.
Vi studiò Bartolomeo Eustachi, celebre per le “Tabule Anatomicae” incise nel 1552.
Vi prestò opera assitenziale Luigi Gonzaga, che qui morì di peste nel 1591 e tra i numerosi lasciti di nobili e prelati si segnala quello di monsignor Tiberio Cerasi che nominò l’Ospedale suo erede universale.
Alcuni di questi lasciti sono elencati nelle pareti su una serie di affreschi nelle ex sala Capitolare dell’Arciconfraternita, al primo piano del convento.

Nel 1608 venne ampliata la corsia maggiore e il restauro del 1666 ce lo consegna nelle forme odierne.

Nel 1735 venne riedificata dalle fondamenta, sul lato opposto della strada, la corsia femminile (utilizzata saltuariamente come lazzaretto) che originariamente venne fondata con le sovvenzioni di Vannozza Cattanei

L’ospedale cessò di esistere come ente autonomo nel 1850, quando papa Pio IX riorganizzò tutta l’assistenza sanitaria romana affidandola in blocco al Santo Spirito.
Nel 1896 l’Arciconfraternita cessò di esistere e parte dell’archivio cartaceo sopravvissuto venne trasferito presso i locali dell’Ospedale di Santo Spirito.

Tra il 1931 e il 1936 la struttura fu attiva come Ospedale Littorio.
Dal 1943 è sede del comando centrale dei Vigili Urbani.


Importanti lavori di scavo sconvolsero completamente l’area tra il 1928 e il 1933, comportando un drastico abbassamento del livello stradale.
La scalinata odierna davanti alla chiesa della Consolazione è del 1933 mentre i duei ingressi laterali non erano più in uso già dopo il 1876 quando vennero trasformati nelle cappelle memoria delle immagini della Madonna delle Grazie e della Madonna del Portico (qui presente in copia pittorica)


Relativamente alla prima chiesa della Consolazione di Baccio Pontelli restano solo le cappelle Mattei e Pelucchi, più basse e non in asse con il resto della chiesa.

Nella cappella Dondoli prese posto il rilievo col Matrimonio Mistico di Santa Caterina d’Alessandria di Raffaello da Montelupo, testimoniato dal Vasari e già in chiesa nel 1539, ampliato per l’occasioni da mani anonime in modo da poter includere la figura di San Sigismondo a sinistra e l’Eterno benedicente in alto.

La presenza di Antoniazzo Romano all’interno della chiesa sembrerebbe limitarsi alla sola Madonna della Consolazione in quanto non ascrivibili al pittore gli affreschi recentemente restaurati presenti su due pareti dell’attuale sagrestia.

L’ambiente di forma trapezioidale fu risistemato come sagrestia nel 1610, precedentemente era una cappella e ambiente di passaggio tra la chiesa e l’ospedale.
Con la chiusura della parete di comunicazione con la chiesa, l’altare venne spostato sul lato corto opposto e vi trovò posto il rilievo marmoreo con la Crocifissione di Ludovico di Pietro Capponi, collaboratore di Andrea Bregno, del 1490.
Al Capponi si devono probabilmente anche il portale principale dell’Ospedale, attuale ingresso del comando dei Vigili Urbani, e il portale della chiesa delle Grazie, attualmente riadattato ad incorniciare un finestrone sul retro della struttura ospedaliera.

Degli affreschi antoniazzeschi presenti su due delle quattro pareti, erano stati salvati da scialbatura solo la figura di Cristo nel sepolcro sul lato lungo e il tondo con la Madonna della Consolazione sul lato corto.
Quest’ultimo si inserisce in una facia decorativa, molto frammentaria, che corre in alto all’attaccatura della volta e che originariamente sovrastava il primitivo altare.
Del tondo di sinsitra si intravede parte della cornice circolare, quello di destra è completamente perso.
Si può supporre, per identità con i triplici altari delle abisidi e con l’intestazione dello statuto, che questi contenessero le immagini della Madonna del Portico e della Madonna delle Grazie.

Intorno alla figura del Cristo nel sarcofago è emersa una complessa struttura illusionistica dipinta con due profonde nicchie pittoriche a destra e a sinistra.
Al centro una cornice farebbe supporre l’originaria presenza di un’apertura.
Se il lato di sinistra non ha restituito alcuna figurazione, da quello di destra sono riemersi i mezzi busti di due santi.
La figura femminile, dal delicato profilo, non ha alcun elemento iconografico superstite per poter tentare l’identificazione.
Quella di destra mostra un santo con croce astile e abbigliamento da pellegrino.
Probabilmente un San Giacomo o più propriamente, data la vocazione ospedaliera dell’ambiente, un San Rocco.
Questo porterebbe a supporre l’originaria presenza di un San Sebastiano sul lato di sinistra.

Il Cristo nel sarcofago, stilisticamente vicino a modelli umbri (in particolare alla Perugino della cimasa della Pala dei Decemviri) è ritratto senza alcuna compiacenza estetica per quel che riguarda la fisicità della figura che sembra direttamente derivare da uno dei cadaveri dell’ospedale.
Eseguito con dovizia di particolari anatomici ( muscoli e ossatura, addirittura la peluria del petto) rende appieno l’immagine di un trapassato anche nei colori lividi dell’incarnato.

Non ascrivibili ad Antoniazzo, per questioni stilistiche, si dovrebbero attribuire ad un suo collaboratore, come Pietro Turini, attivo nella vicina chiesa di Sant’Omobono, o al figlio Marco Antonio Aquili.
Un altra ipotesi potrebbe essere quella di un anonimo maestro umbro a cavallo tra XV e XVI secolo.



Altre informazioni sulla chiesa di Santa Maria della Consolazione reperibili presso il sito della parrocchia.
https://www.chiesadellaconsolazione.it
Le foto delle opere nelle varie cappelle sono dell’autore.

Un’ultima chiosa è a riguardo dell’affresco, assegnato ad Evangelista Aquili, nipote di Antoniazzo, della Collegiata di Santa Maria Maggiore a Collescipoli, presso Terni.
Evangelista, documentato per i lavori alla parrocchiale di San Niccolò per la tavola con S. Nicola da Bari in trono fra S. Michele e S. Rocco e, nella parte superiore, l’Incoronazione della Vergine datato al 1507.
Nel contesto di quella commissione probabilmente eseguì anche l’opera, attualmente inserita in una cornice di stucco ovale successiva, per la Collegiata del piccolo borgo ternano.
Posta in una cappella annessa alla chiesa, dedicata a San Giovanni Battista, su una parete dove, nella porzione inferiore, dopo i restauri e le rimozioni degli stucchi, sono riemersi affreschi con santi probabilmente di XIV secolo.

L’immagine è chiaramente derivata dalla Madonna della Consolazione.
Risulta ribaltata e con alcune modificazioni; si vedano le posizioni dei volti e della mano della Madonna che regge e presenta il Bambino. Mentre identiche sono alcune soluzioni formali come il movimento del mantello intorno alla mano di Maria che sostiene il velo-perizoma.
Sono stati identificati anche rapporti iconografici con le tavole antoniazzesche della Courtauld Gallery di Londra e dei Staatliche Museen berlinesi; elementi comunque presenti nella maggioranza delle raffigurazioni mariane uscite dalla bottega dell’Aquili (si vedano l’affresco del Collegio Capranica di Roma, opera certamente di bottega, e il Trittico di Fondi).

L’opera di Collescipoli, una talentuosa figliazione dall’affresco romano, per la quale si è fatto anche il nome di Fiorenzo di Lorenzo, che, pur con delle semplificazioni e con un differente rapporto affettivo tra le due figure, anche in relazione col devoto che le osserva, non va sostanzialmente a modificarne l’iconografia.

Valerio d’Angelo

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