San Callisto a Trastevere, circa un’ ipotesi berniniana

L’articolo si propone di esaminare l’ipotesi di un attribuzione a Gian Lorenzo Bernini, o alla suo gruppo di lavoro (“bottega” ci pare limitativo), circa l’ideazione e l’esecuzione dell’altare di destra, dedicato al santo benedettino San Mauro abate, all’interno della chiesa di San Callisto a Trastevere.

La piccola chiesa, nonostante il suo aspetto attuale ha origini risalenti al XII secolo, edificata su un precedente oratorio, istallato sul luogo tradizionale del martirio di Papa Callisto I

Papa Callisto I, sedicesimo al soglio di Pietro, eletto nel 217, subì il martirio per annegamento in un pozzo nel 222.
Le notize sul suo conto sono contrastanti e, per lo più, provenienti da Ippolito, primo antipapa, a seguito dell’elezione di Callisto.

Lo si dice nato nella XIV regio, Transtiberim.
Creato diacono dal suo predecessore Zefirino, il quale gli affidò la cura del cimitero sull’Appia che ora porta il suo nome, ma che non ospitò in seguito la sua sepoltura.
Tradizione che oggi lo designa come patrono dei lavoranti nei cimiteri.

Venne martirizzato sotto Alessandro Severo durante una rivolta popolare pagana.
Si vuole che l’imperatore fosse benevolente con i fedeli del nuovo culto e che ordinò e finanziò la costruzione di un tempio per il Dio dei Cristiani, causando ire e malcontenti nella parte di popolazione ancora di culto pagano.

In un periodo di sua assenza da Roma, Papa Callisto venne catturato e gettato in un pozzo con una pietra al collo.
Pozzo a tutt’oggi presente nella cappella di sinistra dell’attuale chiesa e intorno al quale, vuole la tradizione, sia sorto il culto e l’edificio poi ampliato durante i secoli fino alle forme attuali.

Sepolto nelle catacombe di San Calepodio sulla via Aurelia.
Papa Giulio I, intorno al 340, fece edificare una basilica semipogea, sostenendone il culto. Edificio del quale sono riemerse parte dell’abside durante una campagna di scavo nel ‘900.
Si suppone una contemporaneità tra la basilica cimiteriale ed un primitivo oratorio sorto sul luogo del martirio.

Nel 790, per volere di Papa Adriano I, il corpo di Papa Callisto venne traslato all’interno di Santa Maria in Trastevere con i resti dei santi Calepodio, Dalmazio e Pivato, ancora oggi custoditi sotto l’altare maggiore.

L’oratorio trasteverino venne ampliato ed è ricordato come chiesa, decorata da affreschi ed opere musive, a partire dal XII secolo.

Dal 1458, Papa Callisto III la elevò a titolo cardinalizio.

Questi i fatti storici legati alla prima fase dell’edificio trasteverino, del quale non resta più alcuna traccia, se non il pozzo (facente parte di un sistema di cisterne romane, di cui si conservano altri esempi sotto i palazzi nella stessa zona) e alla figura di Papa Callisto.
Ippolito, poi canonizzato (uno dei due soli antipapi ad arrivare agli onori degli altari, l’altro fu Felice II, il terzo antipapa), ci tratteggiò un profilo assai diverso e meno lusighiero.

Definito come “Uomo industrioso per il male e pieno di risorse per l’errore”, Ippolito non risparmiò dalle critiche anche Papa Zefirino descritto come ignorante ed avido.
Tra le notizie tramandate apprendiamo che nacque schiavo e venne condannato alla macina dal suo padrone per appropriazione indebita e per aver scialacquato il denaro della casa. Graziato, venne nuovamente condannato, per aver provocato disordini in un luogo di culto, a lavorare in miniera in Sardegna dove, pare, rimase tra il 186 e il 189.
Tornato a Roma fondò un banco di pegno per orfani e vedove cristiani che, pare, fallì e perchè Callisto ne incamerò i beni invece di ridistribuirli.

Al di la del lato storiografico, le rimostranze di Ippolito contro Callisto parrebbero essere del tutto politiche e teologiche.
Callisto fu accusato di essere benevolente nei confronti dell’eresia Monarchiana che non faceva distinzione tra le tre figure della Trinità.
Altrove venne accusato di diteismo, eresia che sottoponeva lo Spirito Santo, alle figure del Padre e del Figlio, declassandolo ad Angelo Primario.
A tal riguardo si segnala la lunga dissertazione sul tema presente nel film “La Via Lattea” di Luis Bunuel del 1969.

Altra critica mossa da Ippolito a Callisto fu quella di essere troppo mite e benevolente nella disciplina sacramentale, ammettendo matrimoni misti tra schiavi e liberti e ammettendo alla comunione, dopo pubblica penitenza i rei dei tre peccati canonici: apostasia, adulterio, omicidio.



La chiesa di San Callisto assunse le forme odierne successivamente al restauro generale del 1610, quando l’architetto Orazio Torriani la riedificò dalle fondamenta.
Nel 1608 Paolo V, Camillo Borghese, la diede in uso ai Benedettini di San Paolo all’Ostiense, per i quali vennero eseguiti tutti i lavori di ripristino e restauro della struttura.

I Benedettini divennero affidatari del luogo di culto trasteverino dopo l’abbattimento della chiesa di San Saturnino al Quirinale o de’Caballo, sacrificata per la sistemazione dello spazio antistante al Quirinale e per l’edificazione dell’attuale palazzo delle Scuderie.
Le reliquie di San Saturnino, dopo aver migrato in giro per la città, sono state ricollocate nella chiesa omonima, al quartiere Trieste, ultimata nel 1930 dall’architetto Clemente Busiri Vici.

I Benedettini, che vi dimoravano stabilmente durante il periodo estivo, per sfuggire alla zona malarica all’Ostiense vi fecero apporre il proprio stemma sull’archivolto centrale e in numerosi elementi decorativi interni e esterni, oltre che sul contiguo palazzo dei Canonici di Santa Maria in Trastevere.

Orazio Torriani, architetto braccianense attivo in alcuni cantieri di Domenico Fontana e poi autore in proprio come per la facciata di San Bartolomeo all’Isola, per il restauro di San Lorenzo in Miranda e per la sistemazione della scalinata esterna alla chiesa dei SS.Domenico e Sisto, consegnò ai Canonici una struttura a navata unica con due cappelle, poco profonde, per lato, volta a botte e presbiterio rialzato.

Allo stato attuale solo la facciata e l’impostazione generale dell’ambiente interno sono rimaste alla fase di XVII secolo.

Tra il 1814 e il 1849 la chiesa subì pesanti danni ad opera delle truppe francesi che vi risiedettero per un periodo e successivamente durante i moti della Repubblica Romana.
Nel 1851, ritornato Pio IX a Roma, si procedette ad un generale restauro dell’edificio dove andò perso molto del partito decorativo originario.

L’ultimo restauro, che ci ha consegnato sia la chiesa che il Palazzo dei Canonici nello stato attuale, risale agli anni 1934-1937 realizzato dall’architetto Giuseppe Momo per Pio IX Ratti.

Momo, architetto vercellese, fu l’architetto responsabile dei cantieri vaticani del periodo.
Tra il 1927 e il 1933 realizzò il Palazzo del Governatorato, la Stazione Vaticana, un generale restauro della cinta muraria con la creazione dell’odierno Cancello di Sant’Anna e, su tutti, la scala a doppia elica d’accesso ai Musei Vaticani.
A questo periodo risale il rifacimento totale del soffitto.
L’attuale decorazione centrale, con la Gloria di San Callisto, risale al 1938 e si deve al pittore romano Antonio Achilli.
Ad Achilli si devono alcune decorazioni presenti in cantieri laziali del ventennio fascista, si ricordano le decorazioni interne per la chiesa di Santa Maria di Loreto a Guidonia e quelle nella sala conferenze del CNR dedicate a Guglielmo Marconi.

Attualmente all’interno della chiesa di San Callisto solo parte degli elementi decorativi può essere fatta risalire alla fase seicentesca della struttura.
Lo stemma dei Canonici di San Paolo è riportato al centro dell’acquasantiera in pietra che sembra però un elemento cinquecentesco più antico rilavorato, al centro della chiave di volta, su quello che rimane della cassa armonica dell’organo in controfacciata e sulla base delle colonne dell’altare di destra, presunta opera berniniana.

I tre altari risultano essere le opere di maggior interesse di tutto il complesso.

Quello di sinistra, dedicato a San Callisto, venne edificato sul luogo del martirio.
Sul lato destro è ancora oggi presente uno sportello che si apre sul profondo pozzo idrico di origini romane, luogo tradizionale, come si è scritto, del martirio ed elemento più antico di tutto l’insieme.

La pala d’altare, datata al 1604, con “Il martirio di San Callisto“, si deve al pittore fiorentino Giovanni Bilivert, italianizzato in Billiverti.
Figlio di un orafo olandese giunto in toscana a metà 1500, compì il proprio apprendistato nelle botteghe del senese Cristoforo Casolani e del pisano Cigoli.
Probabilmente a seguito di quest’ultimo soggiornò a Roma per lasciarvi questa pala, nei fatti, unica testimonianza dell’attività romana del pittore.
Numerose opere sono presenti nelle chiese del territorio pisano e fiorentino, oltre che nelle pinacoteche toscane (Prato, Pistoia, Galleria Palatina a Firenze) e straniere.
Tra le tre tele è sicuramente quella maggiormente apprezzabile considerando anche il migliore stato di conservazione.
La cornice marmorea e l’altare, come tutta la decorazione della cappella, risale al restauro ottocentesco di Pio IX.

L’altare maggiore è dedicato ai Santi Callisto, Calepodio, Dalmazio e Privato.
La tela del pittore eugubino Avanzino Nucci li ritrae in adorazione della Madonna della Clemenza di Santa Maria in Trastevere.
Pala datata al 1609 e che attualmente si presenta assai scurita e con la pellicola pittorica compromessa da screpolature e distacchi.
Nucci attivo, a seguito di Niccolò Circignani, in numerosi cantieri romani (Santa Susanna, San Rocco all’Augusteo, San Silvestro al Quirinale, Aracoeli e Trinità dei Monti) raffigura i santi le cui spoglie vennero traslate nella basilica trasteverina in adorazione dell’Icona Mariana di VI/VII secolo, principale elemento di culto, della Basilica, conservata nella Cappella Altemps.
Tutto l’insieme dell’altare maggiore è rimasto intatto anche nei suoi elementi decorativi (incorniciatura, tabernacolo e paliotto).

L’altare di destra è l’elemento di maggior interesse e si presta ad un dibattito attributivo non del tutto risolto.
Vuole la tradizione di un’ideazione berniniana del complesso e la pala d’altare, con le “Elemosina di San Mauro“, si ascrive a Pier Leone Ghezzi.

Va sottolineata che la presenza di San Mauro abate si lega fortemente ai Benedettini di San Paolo in quanto fu il principale discepolo di San Benedetto da Norcia, insieme col compagno San Placido, protagonisti di un famoso passo storico.
L’episodio, riportato anche dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze (o da Varagine), racconta che quando il monaco Placido cadde in un lago vicino al monastero, Benedetto, avendo visto ciò che stava accadendo in una visione, esortò Mauro a correre in aiuto del giovane compagno, ed egli lo salvò camminando sulle acque.

Legame con l’ordine sigificamente sottolineato dalla presenza degli stemmi dei Benedettini sulle basi destra e sinistra dell’altare, unico fra i tre a riportarle.

Tenendo conto di alcune date risulta difficile riuscire ad attribuire correttamente l’insieme dell’opera agli autori ai quali viene tradizionalmente assegnata.

Intanto Gian Lorenzo Bernini morì nel 1680, Pier Leone Ghezzi nacque a Roma nel 1674 e quindi è logicamente da escludere una collaborazione tra i due.
I Benedettini ebbero la chiesa fin dal 1608 ed i lavori terminarono, come scritto precedentemente, nel 1610.
Pare poco probabile che abbiano atteso quasi un secolo per realizzare il terzo altare, dedicato ad un santo del loro ordine, contrariamente agli altri due che sono più o meno contemporanei alla chiesa di Torriani.

Per quel che riguarda la tela, Ghezzi divenne accademico di San Luca nel 1705 e a partire dal 1725 fu costantemente impegnato per le committenze della famiglia Falconieri.
Una data possibile per la pala potrebbe essere quella del 1730, 120 anni dopo gli altri due dipinti di San Callisto.
Lo stato di conservazione dell’opera è pessimo e, tra le tre, il peggiore. La pellicola pittorica appare fortemente scurita, tanto da rendere illegibili molti elementi, abrasa e con estese cadute di colore nelle zone corrispondenti al bordo del telaio. Nei fatti è ingiudicabile e impossibile proporre un raffronto stilistico con altre opere di Ghezzi, anche se, dovendola giudicare, con difficoltà la si giudicherebbe un opera settecentesca, quanto più dei primi del 1600 e con una certa influenza del naturalismo caravaggesco.

Anche i due angeli di marmo difficilmente posso essere dati a Bernini e ai suoi collaboratori.
L’altare è una evidente e decisamente più fiacca copia di quelli realizzati nei transetti di Santa Maria del Popolo.
L’intervento berniniano si data al 1652/1656, in concomitanza alla nomina cardinalizia di Fabio Chigi, cardinale titolare della Basilica , futuro Papa Alessandro VII.
I due altari, quello di sinistra con la Sacra Famiglia di Bernardino Mei e quello di destra con la Visitazione di Giovanni Maria Morandi, sono incorniciati da coppie di angeli, ideate da Gian Lorenzo Bernini ed eseguite da Antonio Raggi ed Ercole Ferrata, con la collaborazione di Giovanni Antonio Mari e Arrigo Giardè.

I due angeli sull’altare di destra in San Callisto appaiono come una versione assai più scolastica e semplificata dell’angelo di sinistra dell’altare della Visitazione e dell’angelo di destra dall’altare della Sacra Famiglia.
Stilisticamente il confronto è stridente e difficilmente può essere credibile che una committenza davvero data a Bernini e al suo gruppo di lavoro possa essere stata trattata con tale banalità di idee e pochezza di mezzi esecutivi.
Affiancando le sculture è evidente la maggiore rigidità di movimenti dei due angeli nella chiesa di Trastevere, la convenzionalità della fisiognomica e la staticità dei panneggi.

Allo stato attuale la storia dell’altare di San Mauro abate appare ancora tutta da scrivere, nella speranza di poter arrivare ad una solida documentazione che possa attribuire con certezza gli autori sia alla tela della pala d’altare che all’esecutore dell’incorniciatura marmorea dell’opera.

Gli studi sulla chiesa di San Callisto sono fermi agli anni ’60 del novecento; oltre alla pubblicazione del “pieghevole” a cura dell’Istituto Nazionale di Studi Romani non si è andati.
All’epoca la struttura, aperta al culto, era gestita dai Cavalieri di Malta, il cui stemma è ancora oggi presente nei vetri della bussola d’ingresso.
Attualmente, dopo un accordo tra la Comunità di Sant’Egidio e l’ospedale San Giovanni Addolorata, la chiesa è balzata agli onori della cronaca perchè ultizzata per il ricovero di alcuni indigenti nella stagione invernale.

Auspichiamo un restauro generale dell’edificio, oltre ai tre dipinti, che mostra evidenti problemi di umidità di risalita.

Valerio d’Angelo

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