Relic e Monster Hunter, cinema di “genere” ai confini del mondo


Storie di donne e di mostri, di battaglie in terre aliene e di alieni nell’anima, universi paralleli e case stregate, tra cinema e piattaforme. Un’inedita doppia lettura: il cinema d’essai all’esordio con l’originalità dirompente e sofferta di una giovane autrice, Relic di Natalie Erika James e il cine-polpettone trainato dall’altro mondo del videogioco, con i sempre verdi Paul W. S. Anderson, alla regia, e consorte super protagonista Milla Jovovich, Monster Hunter.

di Sarah Panatta

 

RELIC

 

Tre donne per un mistero, quello della vita, della vecchiaia, della morte, in una casa che le inghiotte e le consuma, come il rapporto disconnesso e malato che alla fine le ha riunite. La tragedia horror della giovane Natalie Erika James

 

relic

 

Abitare una casa senza memoria, senza amore, senza speranze. Aggredita dal buio di una mente in frantumi, dalla lontananza di anime perdute, dal terrore di cuori naufragati. Viva solo dell’umidità corrosiva dell’abbandono e dal calore fittizio del senso di colpa.

La giovane Natalie Erika James, metà giapponese e metà australiana, debutta con un inquieto, asimmetrico e simbolico lungometraggio che respira un meticciato di culture orientali e occidentali. Con Relic, sintomatico sin nel titolo, la regista e sceneggiatrice trova la sua culla autoriale, dipingendo un affresco generazionale totalmente femminile sulla senilità, la famiglia, l’affettività. Trovando negli stilemi horror la chiave per tradurre un racconto di formazione e di presa di coscienza sul senso della vita e della morte, gemelle inseparabili.

 

Storia di Edna, Kay, Sam. Edna trascorre la sua vecchiaia nell’antica e diroccata casa degli avi, tra i boschi. Quando sparisce senza lasciare tracce se non la sua stessa casa, in rovina come la sua memoria, la figlia Kay e la nipote Sam (ciascuna persa nel proprio groviglio di irrisolta solitudine e allontanatesi da tempo l’una dall’altra) si ritrovano per cercarla. Prendono possesso della casa tappezzata di muffe scure e invasive e di suppellettili informi tanto sono vetuste e dimenticate. Dopo qualche giorno Edna ricompare lasciandole stupefatte. Non sembra ricordare nulla o almeno non vuole comunicarlo. Edna si sente minacciata, pur (ri)conoscendole bene percepisce come ostili ed estranee sia la figlia che la nipote.

 

In un dedalo di incubi, frasi accennate, danze interrotte e sgabuzzini più fondi di un pozzo secolare e non meno intricati della tana del Bianconiglio, madre e figlia iniziano a perdersi, fisicamente e mentalmente. Intanto il senso di colpa per la nonna Edna, in balia della sua malattia degradante e umiliante e per le proprie vite, corrose anzi tempo da una routine troppo frettolosa o troppo abulica, conduce Kay e Sam in un pericoloso viaggio senza ritorno. Iniziano a dubitare di essere sole in quella casa, a percepire anch’esse un senso di estraneità, mentre pezzo a pezzo la muffa avvolge pareti, finestre, oggetti. Kay e Sam temono persino che sia andata dissolta la natura umana di quella che è stata, rispettivamente, loro madre e nonna. Ma la verità è più semplice e sconvolgente.

 

Storia umana dell’alieno che abita con noi, in noi. Storia di malattia e di cura. Di rimpianti e di accettazione. Storia del bisogno disatteso di comprensione e di reciprocità, di vicinanza, di amore. L’involucro dove cova la tragedia è parte integrata a questa storia. E’ viva e vegeta come una muffa parassitaria la casa di Natalie Erika James. Caverna e utero, corridoio neurale e labirinto mortale, dove con timore crescente, non solo epiteliale ma interiore, nascosto nelle cavità dell’anima, si muovono le tre protagoniste e le loro tre “età”. Mentre la casa si muove e muta con loro, quasi digerendole. La regista le catapulta senza coordinate in una matassa non dipanata di passato e presente, di non detti, di fatti sconosciuti e di effetti tangibili di verità invisibili.

La narrazione della decadenza, del confine e del terrore ancestrale che vecchiaia e morte provocano, trasformandosi in fantasma, muffa, intruso, in poche parole, nella versione inattesa ma sempre esistita di noi.

 

Il parto della conoscenza e lo “spoglio” della realtà sono il culmine dolcissimo e straziante ma inevitabile di un’opera prima imperfetta e come ogni esordio grondante domande e sensi. Un film che merita a sua volta di non restare reliquia, che vuole conoscere e farsi conoscere, stimolando il più fecondo dei sensi: il sesto.

 

Regia: Natalie Erika James

Sceneggiatura: Natalie Erika James

Montaggio: Denise Haratzis, Sean Lahiff

Musiche: Brian Reitzell

Cast: Robyn Nevin, Emily Mortimer, Bella Heathcote, Jeremy Stanford, Steve Rodgers, Chris Bunton, Christina O’Neill, Catherine Glavicic, Robin Northover, John Browning

Australia, Usa – 2020 – Horror, Drammatico

Durata 89’

Disponibile sulla piattaforma Amazon Prime

 

MONSTER HUNTER

 

Come un videogioco. Storie di uomini e mostri per una nuova saga (?) targata Paul W. S. Anderson e consorte Milla Jovovich

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Il Capitano Artemis, donna dai profili spigolosi e dalla voce petrosa che nasconde il suo cuore in una scatolina di metallo, si ritrova nel nulla del deserto, dove con il suo team conduce una missione di recupero per un gruppo di compagni dispersi. Dopo essere stati risucchiati e sballottati da un vortice spazio temporale fatto di fulmini e polvere, si ritrovano in un altro deserto a combattere con mostri dall’allure preistorico. Isolata in un labirinto di rocce abitate da terrificanti mostri aracnoidei pattugliato da un gigantesco vermone squamato degno erede degli antenati Tremors, Artemis deve stringere un patto con un enigmatico giovane Cacciatore. Egli sembra infatti intenzionato quanto lei a raggiungere la misteriosa torre al di là delle dune insidiose che li separano dalla verità e da “casa”. E dove in un’oasi fitta di trappole si nasconde un manipolo di bizzarri guerrieri non terrestri.

 

Dagli zombie nell’alveare agli ancestrali mostri di dimensioni parallele, brulicanti tra caverne labirintiche e deserti oceanici. Milla Jovovich alias Capitano Natalie Artemis, torna a combattere per la sopravvivenza armata di forza sovraumana e di ironia moderatamente trash, ancora diretta dallo scaltro marito Paul W. S. Anderson. Primo episodio che vorrebbe forse aprire ad una saga, Monster Hunter, dal 17 giungo in sala, è direttamente veicolato dall’altro mondo che da tanti anni gravita inforno e dentro il cinema d’intrattenimento, quello del gaming.

Più nello specifico dalla fucina milionaria della Capcom che già creò e distribuì quel Resident Evil da cui lo stesso Anderson generò la lunga e fortunata saga cinematografica omonima (iniziata nel 2002).

Tra i primi e più smart a trarre successo dalla contaminazione tra videogioco e settima arte, Anderson ha colto nella ricchezza videoludica e nella sua potenziale serialità per il grande schermo, un’occasione ghiotta con Monster Hunter, producendo il film nel momento dell’uscita del capitolo finale (e di maggiori vendite) del gioco. Trama basica, personaggi solidamente monoespressivi, carismatici quanto immobili, paesaggi mozzafiato ed effetti speciali roboanti innestati su infinite massacranti serie di combattimenti corpo a corpo e scontri epici già visti a tonnellate.

Ma la forza di Anderson sta proprio nel cogliere la fruibilità divertente, interattiva e distraente di un prodotto trans-mediale come Monster Hunter. Riuscendo a dare grande respiro (anche troppo) al de-ja-vu, alla battaglia tra creature, alla potenza dei corpi e degli ambienti, alla tensione della lotta e alla costruzione dettagliata degli scenari. Tralasciando l’intreccio narrativo e la vivacità dei dialoghi, ridotti solo a qualcosa di più degli scheletriti resti dei mostri nel deserto dove Milla e compagnia militare rischiano di lasciare più e più volte la pelle.

 

La ciclicità, le attese e i tormentoni sono il pane quotidiano di Wes e famiglia, che ben si destreggiano con l’immaginario del videogioco nipponico, l’orrore fantastico dei suoi mondi “altri” e l’esigenza del pubblico di un tonificante e rumoroso divertissement. Tuttavia il poco spazio lasciato ad un seppur sintetico approfondimento dei personaggi limita l’immedesimazione e il godimento pur lauto ed elementare. Così come l’aspettativa per i prossimi capitoli di questa avventura fiera della tradizione dei B-Movie, dove quel guizzo di extravaganza che Anderson ci ha abituato a cercare sembra latitare.

 

Regia: Paul W.S. Anderson

Sceneggiatura: Paul W.S. Anderson

Fotografia: Glen MacPherson

Montaggio: Doobie White

Musiche: Paul Haslinger

Cast: Milla Jovovich, Tony Jaa, T.I., D

iego Boneta, Josh Helman, Meagan Good, Ron Perlman,

Hirona Yamazaki, Jannik Schümann, Bart Fouche

Produzione: Constantin Film, Impact Pictures,

Capcom Company, Sony Pictutres

Germania, Cina, Giappone, USA – 2020 – Azione, Fantasy

Durata: 103’

Uscita in sala 17 giugno 2021

Distribuzione:Sony Pictures Italia

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