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La pinacoteca dei Mercedari, già nella chiesa di Sant’Adriano ai Fori

La chiesa di Sant’Adriano ai Fori cessò di esistere nel 1935, distrutta dal governo fascista nello sciagurato programma di recupero delle vestigia della Roma imperiale a scapito di una stratificazione secolare che è la storia della città di Roma.

La ricostruzione attuale dell’aula, assai discutibile, nelle pretese forme originali ha cosi cancellato la storia dell’edificio, compromettendone definitivamente la corretta leggibilità e causando la dispersione in due sedi degli arredi che sono sopravvissuti allo scempio.

La Curia Hostilia, sede del Senato Romano, venne distrutta da incendio nel 52 a.C. , durante il funerale di Publio Clodio Pulcro, tribuno della gens dei Claudii.
L’edificio originario, orientato sui punti cardinali e sacro agli Auguri, venne costruito nell’area del Comizio del Foro da Tulio Ostilio, secondo la legenda, nel 650 a.C. nell’area detta del Comitium Arcaicum.
E’ documentato un ampliamento della struttura ad opera di Lucio Cornelio Silla nell’80 a.C.
L’area occupata è quella, all’incirca, dove ora sorge la chiesa dei SS.Luca e Martina, capolavoro barocco di Pietro da Cortona, completata nel 1664.

L’antica curia venne ricostruita, in forme più ampie da Fausto Cornelio Silla e denominata Curia Cornelia.
Questa rimase in piedi fino alla risistemazione edilizia del Foro voluta da Cesare

L’antico edificio venne raso al suolo nel 29 a.C. e ricostruito in un area adiacente e chiamato Curia Julia nel nuovo complesso del Foro di Cesare.
Il 28 agosto del 29 a.C. Ottaviano inaugurò la nuova curia iniziata dal padre adottivo ormai più di un decennio prima.

Restaurata sotto Domiziano nel d.C. 94, venne rifatta di nuovo da Diocleziano in seguito all’incendio del d.C. 283.
Sotto Teodorico l’edificio era ancora utilizzato per le adunanze pubbliche, col nome di nome Atrium Libertatis, ma anche a seguito della Caduta dell’Impero Romano d’Occidente andò in contro ad un rapido abbandono.

Nella prima metà VII sec., sotto Onorio I, 625 d.C., al pari di altri edifici antichi in stato di abbandono, venne trasformata in chiesa e dedicata a Sant’Adriano in tribus foris, Adriano di Nicomedia, guardia dell’imperatore Massimiano, martire nel 306.
Elevata a diaconia con Papa Adriano I, nel 772 d.C.

Nonostante il cambio di destinazione d’uso, e di religione, vennero lasciati disponibili gli antichi seggi marmorei lungo il perimetro della struttura, utilizzati fino al 1143 quando si trasferirono nel “nuovo” Palazzo Senatorio al Campidoglio che divenne sede municipale dal 1144.

Nel 1228 la chiesa venne completamente ristrutturata, trasformandola in basilica a tre navate con colonne di spoglio e dotata di abside.
Il pavimento venne rialzato fino all’altezza degli antichi seggi che tornarono alla luce solo con le trasformazioni post 1935.

La chiesa medioevale venne completamente rinnovata sotto Sisto V, con l’aggiunta esterna di un piccolo campanile, che verosimilmente sostituì quello originale testimoniato, forse crollato precedentemente, da alcune stampe, a vela e concessa ai Mercedari nel 1590.

Negli anni 1654/1656 Martino Longhi il Giovane la trasformò in forme barocche, chiudendo le colonne nei pilastri, mantenendo la struttura a tre navate, aggiungendo tre cappelle, in forma di nicchie poco profonde, per lato.
Successivamente venne aggiunto il cupolino mentre la facciata non venne mai completata, tranne per il portale principale e le due porte minori in corrispondenza delle navate laterali.
Le immagini dell’interno ce la testimoniano come esempio di un sobrio ed elegante barocco.

1690 la chiesa era sede della confraternita degli Acquavitari, alla quale si aggiunse del 1711 quella dei Tabaccai. Entrambe si riunivano nel contiguo Oratorio della Madonna del Riscatto.

Nel XVIII secolo venne aggiunto l’edificio conventuale, sede romana dei Mercedari.
Pianta Nolli del 1748 ci mostra il complesso terminato.

Dell’Oratorio della Madonna del Riscatto possiamo aggiungere che la pianta del Nolli lo mostra come un’aula di modeste dimensioni sul lato destro della chiesa di Sant’Adriano.
Non sono pervenute descrizioni dell’interno e l’acquerello di Achille Pinelli, della celeberrima serie dipinta tra il 1826 e il 1835 e conservata al Museo di Roma, lo mostra solo in parte con una facciata dotata di frontone e paraste tra la chiesa e l’edificio adiacente.
Questa struttura non compare più nelle foto di primo Novecento, dove anche l’edificio accanto appare completamente trasformato.

Nel 1922 il Collegio Spagnolo cedette la chiesa allo Regno Italiano passandola al Demanio.
Questo va inserito nel contesto di un forte interesse per l’area nell’ottica della risistemazione viaria e archeologica del sito.

Il convento venne distrutto già dal 1924 per la costruzione di Via dell’Impero, al pari di tutti quelli annessi alle chiese con affaccio sui Fori.
Gli scavi archeologici nell’area antistante, riportando il terreno alla quota antica, resero impraticabile l’accesso dalla facciata, al pari di San Lorenzo in Miranda e SS.Cosma e Damiano.

Nel 1930 tutte le strutture interne della chiesa, ed esterne per quel che concerne le aggiunte seicentesche, vennero distrutte per recuperare la Curia Julia.
I lavori, molto discutibili, conclusi nel 1936, riportarono l’edificio alle presunte forme dioclezianee, lasciando all’interno solo alcuni lacerti di affreschi a testimonianza della cristianizzazione dell’edificio.

Dopo la cessione di chiesa e convento al Regno d’Italia i Mercedari iniziarono un tour del force per la città di Roma in cerca di una sede definitiva per i membri dell’ordine. Sorte che toccherà anche a tutti gli arredi recuperati dalla distruzione della chiesa di Sant’Adriano.

Nel 1910, il 9 luglio giorno dell’indipendenza della nazione Argentina, venne iniziata la costruzione della chiesa di Santa Maria Addolorata a piazza Buenos Aires.
Voluta dal sacerdote argentino monsignor José León Gallardo grazie alle donazioni dei vescovi argentini, divenne la prima chiesa nazionale sudamericana a Roma.
L’architettura di Giuseppe Astorri riproponeva moduli di ispirazione neo-paleocristiana, con campanile a torre ed interno basilicale a tre navate absidate.
Particolarmente ricco e curato l’aspetto decorativo, con i mosaici di Giambattista Conti e opere di Duilio Cambellotti (sportelli in argento dei tabernacoli, le ringhiere in bronzo, il leggio marmoreo e i bassorilievi con i Santi mercedari Pietro Nolasco e Raimondo Nonnato)

La chiesa, terminata nel 1930 venne affidata ai Mercedari, che la tennero fino al 1965.

Il 2 febbraio 1932, papa Pio XI, Achille Ratti, con la costituzione apostolica In Salaria huius almae Urbis, recuperò il titolo cardinalizio di Sant’Adriano ai Fori traslandolo nella nuova chiesa degli argentini.
Per ovviare alle difficoltà di una forzosa coesistenza di istituzioni venne messa in cantiere l’ipotesi di costruire una chiesa ex-novo da affidare completamente ai Mercedari.

A poche centinaia di metri, su viale Regina Margherita, nel 1958 venne iniziata la costruzione, su progetto dell’architetto Marco Piloni, della nuova chiesa dedicata a Santa Maria della Mercede e Sant’Adriano.
I Mercedari vi si trasferirono solo nel 1967, quando venne terminato anche l’edificio conventuale.
In quest’occasione vennero traslati alla chiesa nuova anche la sede parrocchiale, il titolo cardinalizio e gran parte degli arredi e delle decorazioni recuperate dalla chiesa distrutta ai Fori.


Nella controfacciata trovarono posto l’antica pala già nell’altare maggiore con Sant’Adriano e i SS. Martiri Nereo, Achilleo, Domitilla, Papia, Simone, Giustina di Cesare Torelli (pittore della cerchia di Giovanni de’ Vecchi, morto a Roma nel 1615, attivo nei cantieri di papa Paolo V Borghese) e lo stemma marmoreo dell’Ordine già sulla porta di accesso al convento ai Fori.

Nella navata vennero ricollocati tutti gli altari, gli elementi d’arredo marmorei e alcuni dipinti, come un Salvator Mundi attribuito a Carlo Maratta e la grande tela seicentesca con L’approdo di San Pietro Nolasco in Spagna di ambito romano proveniente dagli ambienti dell’antico convento.

All’ingresso della chiesa trovano oggi posto le due bellissime acquasantiere con gli Angeli di scuola berniniana, generalmente riferite ad Antonio Raggi, senza nessun supporto documentario, ma probabilmente realizzate da due scultori differenti.


Tutte le altre opere d’arte dell’ordine trovarono una sede definitiva solo nel 1985 col trasferimento alla sede attuale, in zona Boccea, della Casa Madre dei Mercedari, già in zona Torre Gaia, come indicato dal catalogo della mostra americana Caravaggio e i suoi seguaci, 1972, Cleveland, che ospitò alcune delle opere di proprietà dell’ordine.

Negli ambienti del primo piano sono attualmente collocate opere provenienti sia dalla chiesa che in massima parte dagli ambienti conventuali.
Si segnalano le due tele con la Visitazione e la Presentazione al tempio di Maria, ambito romano XVII sec., recentemente restaurate e probabilmente collocate come laterali ad una pala in una delle cappelle della chiesa.
Le due pale d’altare con La Madonna benedice Gonzalo Diaz de Amarante e L’adorazione dell’Eucarestia di San Raimondo Nonato, la prima riferibile a Francesco Maratta dei primi anni del XVIII sec., verosimilmente provenienti dagli altari minori.
In particolare spicca il Dio Padre con gli Angeli coi simboli della Passione attribuita a Jacopo Negretti da Federico Zeri, probabilmente collocata come cimasa o parte superiore di una più ampia composizione andata persa.

Nella piccola cappella interna all’istituto hanno trovato collocazione le tre tele principali già a Sant’Adriano:
San Carlo Borromeo visita gli appestati, di Orazio Borgianni, 1610; La predica di San Raimondo Nonnato, di Carlo Saraceni, 1614 e il San Pietro Nolasco sorretto dagli Angeli opera di incerta attribuzione per la quale nel corso degli anni si sono fatti i nomi di Orazio Gentileschi, Francesco Buoneri più noto come Cecco del Caravaggio (E.Borea – mostra Cleveland, 1972), del bolognese Emilio Savonanzi (Zeri) e di Bartolomeo Cavarozzi (scheda catalogo Soprintendenza Roma). Incerta anche la data, per mancanza di documentazione, è generalmente collocato tra il 1620 e il 1640. E’ nota però l’esatta collocazione in chiesa come testimoniato da una fotografia dei primi anni del Novecento.

Il soggetto dell’opera di Orazio Borgianni fa riferimento alle opere assistenziali compiute da San Carlo Borromeo durante la pestilenza, detta “di San Carlo“, che colpì il territorio milanese nel biennio 1576-1577. Il 17 aprile il governatore spagnolo Antonio de Guzmán, preoccupato per i casi di peste verificatisi a Venezia e Mantova, limitò prima i pellegrinaggi in città, vietandoli poi definitivamente quando a luglio si registrarono i primi episodi anche a Milano
L’11 agosto la pestilenza divenne conclamata. Mentre il governatore spagnolo e i notabili lasciavano la città per luoghi ritenuti più salubri, Carlo Borromeo arcivescovo cittadino, allora a Lodi, rientrò subito a Milano e da quel momento, con l’autorità della sua carica si prodigò con ogni mezzo per portare soccorso agli ammalati divenendo l’“unico refrigerio” di Milano appestata.

Le altre due tele sono relative ad episodi di Santi Mercedari.

L’opera di incerta attribuzione, per la quale segnaliamo l’alta qualità di esecuzione, è dedicata ad un episodio della vita di San Pietro Nolasco, fondatore dei Mercedari nel 1218.
Nacque verso il 1182-1189 a Mas-Saintes-Puelles, nella Linguadoca, da una nobile famiglia. Incerte e contraddittorie le sue origini.
Alcuni Mercedari spagnoli, specialmente Ramon Serratosa e il cappuccino Andrea da Palma di Maiorca sostengono che nacque a Barcellona, discendente degli Onolac, una famiglia irlandese che sarebbe scesa in Spagna nel sec. XI.
La tradizione trasmessa da Francesco Cijar (1406), e da Natal Gaver (1440), confermata dal teologo Francesco Zumel (1566), ha sempre indicato Mas come patria dei santo.
La prima notizia della sua presenza in Barcellona si ha nel 1203 quando egli, profondamente commosso e addolorato dello stato miserando dei cristiani fatti schiavi dai Mori, padroni di gran parte della Spagna, si trasformo in mercante per insinuarsi facilmente tra i maomettani e a Valenza libero coi suo denaro trecento schiavi.

L’Ordine fu fondato il 10 agosto 1218 nella cattedrale di Barcellona con l’intervento dei re Giacomo I che gli donò per distintivo lo scudo del suo regno di Aragona (dandogli cosi carattere militare) e coi consigli di s. Raimondo di Penafort, canonico della cattedrale. Presiedette il vescovo di Barcellona, Beranger, che vesti Pietro Nolasco, con altri
dodici compagni, dell’abito di lana bianca in omaggio alla purezza immacolata della Vergine.
L’Ordine fu approvato da Gregorio IX con la Bolla Devotionis vestrae, emanata da Perugia il 17 gennaio 1235.

Nel 1238 fu presente all’assedio e alla liberazione di Valencia.
Stanco e debilitato per le lunghe e ripetute peregrinazioni intraprese durante molti anni, e sempre a piedi, attraverso quasi tutta la Spagna e la Francia meridionale, alio scopo di raccogliere elemosine per le « redenzioni », e già minato dal male, rinunzio alia carica di maestro generale e nomino suo successore Guglielmo de Bas, spirò il 13 maggio 1249.

Nella tela è raffigurato un episodio miracoloso degli ultimi anni di vita di Pietro Nolasco che, ammalato venne portato in braccio da due angeli fino al coro per pregare.

La tela di Carlo Saraceni unisce due episodi della vita di San Raimondo Nonnato.
Catalano di Portell, nacque tra il 1200 e il 1204. “Nonnato” perchè estratto dal corpo della madre morta poco prima di darlo alla luce.
Entrato nell’Ordine nel 1224 è ricordato per la fervente causa di liberazione degli schiavi e della conversione degli arabi nella Spagna occupata dai “mori”.
Durante un viaggio in Algeria venne fatto prigioniero e per evitare che continuasse la sua opera di apostolato venne seviziato con la perforazione delle labbra che vennero chiuse con un lucchetto.
Gregorio IX, Ugolino dei conti di Segni, lo innalzò alla porpora cardinalizia, ma durante il viaggio verso Roma morì a Cardona il 31 agosto del 1240.
Nel dipinto al centro il Santo durante la sua opera di evangelizzazione dei prigionieri degli Arabi, sullo sfondo l’episodio del supplizio del lucchetto.

I Mercedari adottarono la regola agostiniana con la missione di liberazione ed evangelizzazione degli schiavi, fornendo anche assistenza ospedaliera.
L’ordine conservò il carattere militare-cavalleresco delle origini fino al 1317. Duramente colpito dalle conseguenze della Rivoluzione francese, delle guerre napoleoniche e dalla politica ecclesiastica dei governi europei del XIX secolo: tra il 1834 e il 1880, a causa dell’impossibilità di celebrare capitoli, i mercedari rimasero privi di maestro generale e vennero retti da vicari di nomina pontificia.

Attualmente specializzato nell’insegnamento e nell’apostolato missionario; lottano ancora contro nuove forme di schiavitù politiche, sociali e psicologiche.
L’ordine è diffuso tra Italia e Spagna, in tutta l’America meridionale e in Africa e India.

Sul petto i religiosi portano lo stemma dell’ordine: uno scudo recante la croce simbolo della cattedrale di Barcellona e lo stemma di Giacomo I d’Aragona (d’oro a quattro pali di rosso)
Stemma che campeggiava al centro della chiave di volta dell’arcone centrale nella chiesa di Sant’Adriano ai Fori.

La Basilica Nostra Signora della Misericordia a Barcellona (Basílica de Nuestra Señora de la Merced y San Miguel Arcángelè) è la casa madre dell’ordine mercedario. Edificata tra il 1765 e 1775 su disegno dell’architetto José Mas Dordal.
Nel 1232 Pietro Nolasco acquistò delle terre in precedenza appartenute a Giacomo I d’Aragona, tra la città vecchia e il mare. Sul sito Raimondo di Peñafort vi costruì un ospedale. Tra il 1249 e il 1267 venne aggiunto un luogo di culto dedicato alla Vergine Maria, precursore dell’attuale basilica.
Alcuni elementi iconografici presenti nel tempio ricordano l’attività dell’Ordine per la liberazione degli schiavi: nella statua che sovrasta la cupola si noti la catena con le manette aperte in mano al Bambino e, all’interno, gli inserimenti di volti moreschi nei due pulpiti della navata centrale.
Al centro dell’altare maggiore, costruito nel 1794 su progetto dell’architetto Vincent Marro, la statua lignea della Virgen de la Merced, patrona di Barcellona.

Valerio d’Angelo

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